Confronto tra regime forfettario e ordinario per freelance

Forfettario o ordinario: guida freelance 2026

Il forfettario conviene a molti freelance, ma non a tutti. Ecco come scegliere tra forfettario e ordinario con criteri concreti, numeri e casi pratici aggiornati al 2026.

Una volta, qualche anno fa, ho parlato con un collega che si era appena messo in proprio dopo dieci anni da dipendente in un’agenzia. Lavoro simile al mio, stesso settore, stessi clienti ideali. Alla fine di una serata in cui abbiamo parlato di tutto, compresi i film di Terrence Malick e perché l’autunno a Torino è l’unica stagione sopportabile, gli chiedo come sta gestendo la parte fiscale. Mi risponde con un’alzata di spalle: “Forfettario, ovviamente. Me l’hanno detto tutti che è meglio.”

La cosa è rimasta lì fino a sei mesi dopo, quando lo incontro di nuovo e mi dice che il commercialista, guardando i numeri con calma, gli aveva fatto notare che nel suo caso specifico l’ordinario gli avrebbe fatto risparmiare diverse migliaia di euro. Aveva costi documentabili molto alti (noleggio attrezzature, un piccolo studio fisso, collaboratori saltuari per i progetti più grossi), lavorava quasi esclusivamente con aziende B2B abituate a ricevere fatture con IVA, e aveva tutti gli elementi per dedursi mezzo mondo. Il “forfettario ovviamente” era costato esattamente quelle migliaia di euro.

Questa è la parte che nessuno racconta quando si parla di scelta del regime fiscale. L’unanimità con cui viene raccontato il regime forfettario come la scelta giusta per default (“sei freelance? Forfettario, non c’è nemmeno da discutere”) è una semplificazione comoda per chi la ripete, pericolosa per chi la riceve come consiglio universale. Il regime forfettario conviene a molti freelance, probabilmente alla maggioranza. Ma “alla maggioranza” non è “a tutti”, e capire in quale dei due gruppi stai tu richiede di fare un ragionamento che prende più di cinque minuti.

Quando il regime forfettario per il freelance conviene davvero

Il regime forfettario è stato pensato per semplificare la vita ai piccoli contribuenti, ed è un regime fiscale agevolato che consente tassazione ridotta e adempimenti minimi, a patto di restare sotto un limite di ricavi e di non trovarsi in una delle numerose cause di esclusione previste dalla normativa. Se rientri nei requisiti, la convenienza è reale ed è fatta di tre vantaggi concreti, sovrapposti.

Il primo è la tassazione agevolata sul reddito. Sull’imponibile si applica un’imposta sostitutiva del 15%, che scende al 5% per i primi cinque anni di attività se rispetti i requisiti previsti per le nuove attività. Questa imposta sostituisce IRPEF, addizionali regionali e comunali, IRAP. In regime ordinario, sugli stessi redditi pagheresti IRPEF con aliquote progressive che partono dal 23% e arrivano al 43%, più addizionali.

Il secondo è la semplificazione del calcolo. Nel forfettario non si calcola il reddito imponibile sottraendo i costi reali dai ricavi, ma applicando al fatturato una percentuale fissa chiamata coefficiente di redditività, stabilita in base al codice ATECO della tua attività. Per la maggior parte dei freelance che svolgono attività professionali intellettuali (consulenti, copywriter, designer, fotografi, sviluppatori non inquadrati in albi specifici) il coefficiente è del 78%: questo significa che il 78% di quello che incassi viene considerato reddito imponibile, e il restante 22% è una stima forfettaria dei costi. Non importa quanto spendi davvero: conta la percentuale.

Il terzo vantaggio è l’esenzione dall’IVA. I forfettari non applicano l’IVA sulle fatture, non effettuano liquidazioni periodiche, non presentano la dichiarazione IVA annuale. Per un freelance che lavora prevalentemente con clienti privati o con aziende che non gradiscono particolarmente il gioco dell’IVA sulle consulenze, questo si traduce in fatture più snelle e in una contabilità che si riduce a poco più della conservazione delle ricevute di incasso.

A questi vantaggi si aggiunge l’esonero da una serie di adempimenti che in regime ordinario pesano: niente studi di settore, niente ISA, niente IRAP, contabilità ridotta all’osso. Per chi parte e ha pochi costi, è effettivamente il regime che lascia più spazio mentale per fare il proprio lavoro.

I limiti del regime forfettario nel 2026

La convenienza del forfettario non è incondizionata. Per accedere al regime e per restarci, la normativa impone una serie di paletti che la Legge di Bilancio 2026 ha in larga parte confermato rispetto agli anni precedenti. I principali limiti 2026 sono tre.

La soglia di ricavi o compensi non deve superare gli 85.000 euro annui, come confermato dalla Legge di Bilancio 2026 (L. 199/2025). La soglia vale per tutte le attività indipendentemente dal codice ATECO, e si calcola considerando i compensi effettivamente incassati nell’anno solare, non quelli fatturati (vige il principio di cassa).

Le spese per lavoro dipendente, collaboratori e compensi per prestazioni di lavoro accessorio non devono superare i 20.000 euro lordi annui.

I redditi da lavoro dipendente o pensione percepiti nell’anno precedente non devono superare i 35.000 euro lordi. Questa soglia, fissata originariamente a 30.000 euro e poi elevata a 35.000 euro dalla Legge di Bilancio 2025, è stata confermata anche per il 2026.

Questo paletto è quello che rende il regime forfettario accessibile o meno a una situazione molto comune: chi vuole partire come freelance mantenendo nel frattempo il lavoro da dipendente. È una strategia sensata, lo dico subito, perché ti permette di costruire il tuo portfolio di clienti e di mettere da parte i primi soldi senza il terrore della bolletta, e poi di mollare lo stipendio quando l’attività autonoma sta in piedi da sola. Chi la chiama “partire a metà” di solito non l’ha mai provata: partire con una rete di sicurezza sotto ha perfettamente senso, e il fatto che tanti freelance stabili di oggi abbiano cominciato così dovrebbe far riflettere chi invece vende il salto nel vuoto come unica opzione coraggiosa.

Puoi farlo, e puoi farlo in regime forfettario, a condizione che il tuo stipendio lordo annuo non superi i 35.000 euro. Se stai sotto questa soglia, apri la partita IVA forfettaria in parallelo al lavoro dipendente, pagherai l’imposta sostitutiva al 15% (o 5% nei primi cinque anni) sul reddito imponibile calcolato dal coefficiente di redditività, e verserai i contributi INPS sulla parte freelance. Lo stipendio continua a essere tassato con le sue regole ordinarie, per suo conto, come se la partita IVA non esistesse.

Se invece il tuo stipendio lordo supera i 35.000 euro, il forfettario ti è precluso: dovrai necessariamente aprire la partita IVA in regime ordinario, con tutti gli adempimenti del caso. Il calcolo sull’ordinario può comunque avere senso se i tuoi costi documentabili sono alti, ma entri in uno scenario più complesso in cui vale davvero la pena sentire un commercialista prima di decidere qualsiasi cosa.

Due precisazioni importanti. La prima: la soglia dei 35.000 euro si valuta sull’anno precedente a quello in cui vuoi applicare il regime forfettario. Se apri partita IVA nel 2026 e vuoi accedere al forfettario, conta il tuo stipendio lordo del 2025, non quello del 2026. La seconda: se il rapporto di lavoro dipendente è cessato nel corso dell’anno precedente (e nel frattempo non ne hai iniziato un altro ancora in essere al 31 dicembre), la soglia non si applica, perché si considera chiuso quel capitolo. Questa regola è utile a chi smette di fare il dipendente e apre la partita IVA nell’anno successivo: lo stipendio percepito l’anno prima non conta più come ostacolo.

Oltre a questi tre limiti numerici, esistono diverse cause ostative di natura strutturale, che affronto più avanti.

Il regime ordinario e le sue differenze con il forfettario

Il regime ordinario è la strada “classica” della tassazione, pensata per chi ha ricavi più alti o una struttura di costi che giustifica la deducibilità analitica. È obbligatorio se non hai i requisiti per il forfettario, ed è una scelta possibile (per opzione) anche se i requisiti ce li avresti.

In regime ordinario il reddito imponibile si calcola sottraendo i costi effettivamente sostenuti e documentati dai ricavi. Questo significa che tutto quello che spendi per l’attività (affitto dello studio, attrezzature, software, carburante se usi l’auto professionale, corsi di formazione, consulenze, collaboratori, trasferte documentate) si deduce e abbassa la base imponibile. Più costi hai, meno tasse paghi.

Sull’imponibile così determinato si applica l’IRPEF con aliquote progressive: 23% fino a 28.000 euro, 35% da 28.000 a 50.000 euro, 43% oltre 50.000 euro, a cui si aggiungono addizionale regionale e comunale, che variano ma in media valgono un paio di punti percentuali in più.

Sulla parte IVA, in regime ordinario si applica l’aliquota sulle fatture emesse (di norma il 22% per i servizi professionali), si detrae l’IVA sugli acquisti, e si versa la differenza allo Stato con liquidazioni periodiche, mensili o trimestrali. Questo comporta più scadenze e una gestione contabile strutturata, che nella pratica è difficile portare avanti senza un commercialista.

Gli adempimenti sono più numerosi: contabilità ordinaria o semplificata a seconda dei volumi, dichiarazione IVA annuale, dichiarazione dei redditi con tutti i quadri del caso, eventuale IRAP, ISA. La gestione richiede tempo o, più realisticamente, un professionista che la segua per te.

Ecco una tabella di confronto che riassume le differenze principali tra i due regimi.

CaratteristicaRegime ForfettarioRegime Ordinario
Limite di ricavi85.000 euro annuiNessun limite
Tassazione sul redditoImposta sostitutiva al 15% (5% primi 5 anni per nuove attività)IRPEF progressiva (23%-43%) + addizionali
Calcolo del reddito imponibileFatturato × coefficiente di redditivitàRicavi − costi effettivamente sostenuti
Deducibilità dei costiNo (forfait incluso nel coefficiente)Sì, in base alla documentazione
IVA sulle fattureNon applicataApplicata (di norma 22% sui servizi)
Liquidazioni IVANon previsteMensili o trimestrali
Fatturazione elettronicaObbligatoriaObbligatoria
ContabilitàMolto semplificataSemplificata o ordinaria
Adempimenti annualiDichiarazione dei redditiDichiarazione dei redditi, dichiarazione IVA, eventuale IRAP, ISA
Quando convieneRicavi sotto soglia, pochi costi documentabili, clienti privati o poco sensibili all’IVACosti elevati documentabili, clienti B2B in IVA, prospettive di crescita oltre 85.000 euro
Cause ostativeDiverse (vedi sotto)Nessuna

Quando il regime forfettario NON conviene al freelance

Qui arriva la parte meno frequentata. Esistono alcune situazioni in cui il forfettario, pur essendo teoricamente accessibile, non è la scelta economicamente più furba. Non è detto che tu ti ci trovi, ma se sospetti di sì, il ragionamento da fare con il tuo commercialista parte da questi tre scenari.

Primo scenario: costi documentabili alti. Se per lavorare spendi molto (noleggio di attrezzature costose, affitto di uno studio fisso, collaborazioni regolari con altri freelance che ti emettono fattura, formazione continua certificata, software in abbonamento), in regime ordinario tutti questi costi si deducono. In forfettario no: il coefficiente di redditività ti “stima” i costi in modo forfettario, indipendentemente da quanto spendi davvero. Se il tuo coefficiente è il 78% (la maggior parte dei freelance digitali), il sistema presume che tu abbia il 22% di costi sul fatturato. Se i tuoi costi reali sono superiori, stai pagando tasse su una base imponibile più alta di quella che avresti in ordinario.

Secondo scenario: clienti B2B in IVA. Se lavori prevalentemente con aziende strutturate, quelle aziende detraggono l’IVA che paghi, quindi non si lamentano se in fattura c’è il 22% in più. Nel tuo caso, però, se sei in ordinario significa che incassi l’IVA sulle vendite e puoi detrarre l’IVA sugli acquisti professionali. Se hai molte spese in IVA (software, hardware, attrezzature, pubblicità online, abbonamenti professionali), il credito IVA che maturi può essere significativo e finisce a tuo vantaggio. In forfettario, l’IVA sugli acquisti è un costo secco che non recuperi.

Terzo scenario: previsione di crescita sopra 85.000 euro. Se stai costruendo un’attività che punta ragionevolmente a superare la soglia nei prossimi due o tre anni, entrare in forfettario per uscirne in fretta può creare complicazioni operative (gestione del credito IVA al momento del passaggio, adeguamento dei sistemi di fatturazione, rinegoziazione dei prezzi con i clienti). In questi casi alcuni commercialisti consigliano di partire direttamente in ordinario, soprattutto se la crescita è già visibile nel pipeline dei primi mesi.

Un confronto numerico: due freelance, due scenari

Proviamo a vedere la cosa con dei numeri concreti. Sono esempi semplificati, con approssimazioni di comodo, ma servono per farsi un’idea dell’ordine di grandezza.

Freelance A: copywriter, 40.000 euro di fatturato, 3.000 euro di costi reali annui (software, un corso, qualche trasferta), coefficiente 78%, sesto anno di attività.

In regime forfettario: reddito imponibile = 40.000 × 78% = 31.200 euro. Imposta sostitutiva al 15% = 4.680 euro. Contributi INPS Gestione Separata al 26,07% sul reddito imponibile = circa 8.130 euro. Totale tra tasse e contributi: circa 12.810 euro, pari al 32% del fatturato.

In regime ordinario: reddito imponibile = 40.000 − 3.000 = 37.000 euro (senza calcolare i contributi INPS deducibili, che abbasserebbero ulteriormente il risultato). IRPEF = 23% su 28.000 + 35% su 9.000 = 6.440 + 3.150 = 9.590 euro. Contributi INPS circa 9.650 euro. Totale: circa 19.240 euro. A questo andrebbe sottratto il vantaggio fiscale della deduzione dei contributi stessi, ma siamo comunque ben sopra al forfettario.

In questo caso, il forfettario conviene chiaramente. Circa 6.500 euro di differenza.

Freelance B: web designer, 60.000 euro di fatturato, 18.000 euro di costi reali annui (studio in affitto, un collaboratore occasionale, software e hardware professionali, tanti abbonamenti), coefficiente 78%, sesto anno di attività.

In regime forfettario: reddito imponibile = 60.000 × 78% = 46.800 euro. Imposta sostitutiva al 15% = 7.020 euro. Contributi INPS = circa 12.200 euro. Totale: circa 19.220 euro.

In regime ordinario: reddito imponibile = 60.000 − 18.000 = 42.000 euro. IRPEF = 23% su 28.000 + 35% su 14.000 = 6.440 + 4.900 = 11.340 euro. Contributi INPS circa 10.950 euro. Totale: circa 22.290 euro.

Qui il forfettario sembra ancora vincere, ma la differenza si è ridotta a poco più di 3.000 euro. E non abbiamo ancora considerato l’IVA: se il freelance B recupera IVA sugli acquisti per qualche migliaio di euro l’anno, il conto si riavvicina. Se inoltre ha clienti B2B che preferiscono fatture con IVA, la considerazione diventa più articolata. In questi casi di confine, solo un commercialista con i numeri reali sul tavolo può dire cosa conviene davvero.

Questi esempi non includono il calcolo fine dei contributi INPS (che nel forfettario sono deducibili ai fini contributivi degli anni successivi, e nell’ordinario sono deducibili dal reddito imponibile stesso), né gli acconti, né le addizionali. Il messaggio non è “ecco i numeri esatti”, ma “la differenza tra i due regimi non è sempre ovvia come te la raccontano”.

Cosa succede quando superi le soglie

Se sei già in forfettario e il tuo fatturato cresce, la normativa prevede due scenari ben distinti, ed è importante conoscerli per non trovarti impreparato.

Se nel corso dell’anno il tuo fatturato supera gli 85.000 euro ma resta sotto i 100.000 euro, resti nel regime forfettario per tutto l’anno in corso. Dall’anno successivo passi obbligatoriamente al regime ordinario. È il superamento “lieve”, che ti dà il tempo di organizzarti.

Se invece superi i 100.000 euro nel corso dell’anno, l’uscita dal forfettario è immediata, con effetto dal momento stesso del superamento. A partire dalla fattura che fa sforare la soglia, devi applicare l’IVA, e tutte le regole del regime ordinario scattano senza preavviso. È uno scenario che può creare complicazioni serie se arriva senza essere previsto, perché implica di rivedere la fatturazione in corsa, recuperare l’IVA sui costi dell’anno (che in forfettario non avevi detratto), e riconfigurare la propria gestione contabile da un mese all’altro.

Tutto questo è chiarito dalla circolare 32/E del 5 dicembre 2023 dell’Agenzia delle Entrate, che resta il riferimento operativo per i casi di superamento.

La novità 2026: addio al vincolo triennale

Una novità rilevante introdotta dalla Legge di Bilancio 2026 riguarda chi aveva optato in passato per il regime ordinario pur avendo i requisiti per il forfettario. Fino al 2025, l’opzione per l’ordinario vincolava per almeno tre anni prima di poter tornare al forfettario. Dal 1° gennaio 2026, il vincolo triennale di permanenza nel regime ordinario scelto per opzione è stato abolito.

Tradotto in pratica: se nel 2024 o nel 2025 hai scelto l’ordinario perché pensavi ti convenisse (o perché non conoscevi bene i numeri, o perché hai ascoltato il consiglio sbagliato), e adesso ti rendi conto che il forfettario sarebbe più vantaggioso, dal 1° gennaio 2026 puoi tornarci senza aspettare tre anni. Serve avere i requisiti (ricavi dell’anno precedente sotto gli 85.000 euro, nessuna causa ostativa), e il passaggio avviene per “comportamento concludente”: inizi a emettere fatture senza IVA dal 1° gennaio e lo comunichi nella dichiarazione IVA annuale dell’ultimo anno in ordinario.

Attenzione però alla questione del credito IVA: se nell’ultimo anno in regime ordinario hai maturato un credito IVA, va gestito nella dichiarazione IVA di quell’anno, perché nel forfettario non puoi più recuperarlo. Questa è una cosa che il tuo commercialista deve sapere e gestire per tempo.

Le cause ostative: l’elenco che va conosciuto prima

Detto in parole semplici: i motivi che ti impediscono di accedere al regime forfettario. Sì, perché non parliamo solo di limiti numerici (85.000 euro di ricavi, 20.000 euro di spese per personale, 35.000 euro di redditi da lavoro dipendente/pensione): la normativa sul regime forfettario prevede diverse cause ostative strutturali. Se ti trovi in una qualsiasi di queste situazioni, non puoi accedere al forfettario o devi uscirne.

La partecipazione in società di persone (snc, sas), in associazioni professionali, o in imprese familiari è una causa ostativa automatica se l’attività della società è riconducibile a quella svolta come persona fisica.

Il controllo diretto o indiretto di società a responsabilità limitata (srl) che esercitano attività economicamente riconducibili a quella del forfettario è anch’esso ostativo.

La prevalenza dei compensi derivanti da un ex datore di lavoro: se oltre il 50% dei tuoi compensi come freelance deriva da chi è stato il tuo datore di lavoro negli ultimi due anni, o da soggetti a esso direttamente o indirettamente riconducibili, non puoi applicare il forfettario. Serve per evitare che rapporti di lavoro dipendente vengano mascherati da collaborazioni con partita IVA forfettaria, anche se sappiamo bene che spesso la realtà è più sfumata.

L’applicazione di regimi speciali IVA (agricoltura, editoria, vendita di sali e tabacchi, agenzie di viaggio, e altri casi specifici previsti dal DPR 633/1972) è ostativa, salvo eccezioni molto tecniche.

La residenza fiscale all’estero, salvo i casi in cui si risieda in uno Stato UE o SEE e si produca in Italia almeno il 75% del reddito complessivo.

Tutte queste cause vanno verificate con un professionista prima di aprire la partita IVA, perché in alcuni casi la situazione si risolve con una modifica della struttura (uscire da una società, per esempio), in altri la causa ostativa è strutturale e semplicemente esclude il forfettario. La circolare 9/E del 10 aprile 2019 dell’Agenzia delle Entrate e la successiva 32/E del 2023 sono i riferimenti operativi più utilizzati per interpretare i casi limite.

Come fare la scelta giusta tra forfettario e ordinario

A questo punto dovresti avere abbastanza elementi per capire perché “forfettario perché è meglio” è una risposta incompleta. La scelta giusta dipende da variabili che riguardano te: quanto fatturi o pensi di fatturare, quanti costi hai documentabili, chi sono i tuoi clienti prevalenti, come pensi che evolverà la tua attività nei prossimi anni, se hai altri redditi o partecipazioni.

Il modo onesto di fare questa scelta è sederti con un commercialista che abbia guardato i tuoi numeri reali e abbia chiesto di capire il tuo modello di lavoro. In mezz’ora, un professionista che fa bene il suo mestiere ti fa un confronto numerico sui due regimi basato sulla tua situazione specifica, ti segnala gli scenari in cui uno dei due è chiaramente migliore, e ti dice dove invece il discorso è più sfumato.

Se non hai un commercialista di fiducia, è il momento di trovarne uno: non quello che ti propone il pacchetto standard senza guardarti in faccia, ma uno che si prende il tempo di capire cosa fai.

Del resto del percorso da freelance parlo in modo approfondito nel mio libro, dove la scelta del regime è solo uno dei primi passi e il grosso del lavoro comincia quando la base amministrativa non è più il problema principale.

Per ora, se stai decidendo tra forfettario e ordinario, tieni in mente una cosa sola: la semplificazione “forfettario = meglio per tutti” ti costa poco quando è vera, ti costa parecchio quando non lo è. E nessun consiglio generico può dirti in quale dei due casi ti trovi tu.

Domande frequenti

No. Conviene nella maggior parte dei casi, soprattutto per chi parte, ha pochi costi documentabili e lavora con clienti privati o piccole aziende. Non conviene quando i costi documentabili sono elevati, quando si lavora prevalentemente in B2B con aziende in IVA, o quando si prevede di superare gli 85.000 euro di fatturato nell’arco di pochi anni.
I tre limiti principali sono: ricavi o compensi annui non superiori a 85.000 euro (soglia confermata dalla Legge di Bilancio 2026), spese per personale e collaboratori non superiori a 20.000 euro lordi annui, redditi da lavoro dipendente o pensione percepiti nell’anno precedente non superiori a 35.000 euro lordi. A questi si aggiungono diverse cause ostative strutturali (partecipazioni societarie, prevalenza verso ex datore di lavoro, regimi speciali IVA, residenza estera).
Nel forfettario il reddito imponibile si calcola applicando una percentuale fissa al fatturato, si paga un’imposta sostitutiva del 15% (o 5% nei primi 5 anni), non si applica l’IVA e gli adempimenti sono minimi. Nell’ordinario il reddito imponibile si calcola sottraendo i costi reali dai ricavi, si pagano IRPEF progressive fino al 43%, si applica l’IVA sulle fatture con liquidazioni periodiche, e gli adempimenti contabili sono più articolati.
Sì, e dal 1° gennaio 2026 è diventato più semplice: la Legge di Bilancio 2026 ha abolito il vincolo triennale di permanenza nel regime ordinario scelto per opzione. Chi ha i requisiti (ricavi dell’anno precedente sotto 85.000 euro, nessuna causa ostativa) può rientrare nel forfettario dal 1° gennaio dell’anno successivo, senza dover aspettare tre anni come prima.
Dipende da quanto li superi. Se il fatturato è compreso tra 85.000 e 100.000 euro nell’anno, resti in forfettario per tutto l’anno in corso e passi all’ordinario dall’anno successivo. Se invece superi i 100.000 euro, l’uscita è immediata: dalla fattura che fa sforare la soglia devi applicare l’IVA, e tutte le regole del regime ordinario diventano operative.
Non è obbligatorio per legge, ma è fortemente consigliato. Un commercialista che guarda i tuoi numeri reali (fatturato previsto, costi documentabili, tipologia di clienti, prospettive di crescita) fa in mezz’ora un confronto numerico che da solo è difficile ricostruire con la stessa precisione. Spendere qualche decina di euro per questa consulenza iniziale è quasi sempre un investimento che si ripaga.