Quando è tutto pronto, ma non riesci a partire.
Non sei fermo: stai facendo cose sensate, ma continui a rimandare l'ingresso nel mondo reale. Questo articolo ti aiuta a riconoscere il lavoro-alibi.
Credo fosse il 2011, più o meno. Mi ero appena messo in proprio, e ricordo di aver passato settimane a studiare come presentare il mio sito web. Sistemavo la struttura, riscrivevo i testi, litigavo con il layout, confrontavo portfolio altrui cercando di capire cosa funzionasse e cosa no. Lavoro nobile, per carità. Formativo, persino.
Peccato che il sito fosse già pronto da un pezzo. Non lo ammettevo, ma lo sapevo benissimo: Continuavo a girare intorno a qualcosa che non aveva bisogno di altri giri, con la stessa energia con cui si riordina la scrivania prima di iniziare a lavorare — solo che io stavo riordinando da settimane. Insomma, una via di mezzo tra procrastinazione, overthinking e autosabotaggio. Niente male come inizio, no?
Me ne sono accorto nel modo più banale possibile: ho visto altri arrivare prima di me. Non erano più bravi, non avevano un sito migliore, non avevano studiato di più. Erano semplicemente operativi, e portavano a casa lavoro. Io stavo ancora “preparandomi”.
Il lavoro-alibi
Quando pensiamo a un blocco immaginiamo qualcosa di evidente: ansia paralizzante, insicurezza dichiarata, autosabotaggio riconoscibile. Quello che ho vissuto era diverso, ed era molto più difficile da smascherare, perché dall’esterno non assomigliava affatto a un blocco. Stavo facendo cose sensate: studiavo, miglioravo, sistemavo. Se qualcuno mi avesse chiesto come andava, avrei risposto onestamente: “Sto lavorando al sito.” Nessuno avrebbe potuto dirmi che stavo sbagliando, ed è esattamente questo il punto di forza di questa trappola.
La preparazione, dopo un certo tempo, smette di essere una fase e diventa quello che chiamo lavoro-alibi: uno spazio in cui ti senti competente, protetto, legittimato — e soprattutto non ancora giudicabile. Poi inizi ad accorgerti che il sito è “quasi pronto” da mesi, che il messaggio è sempre migliorabile, che il momento giusto sembra spostarsi in avanti di settimana in settimana. Finché sei “in fase di costruzione”, non sei ancora chiamato a rispondere di niente. È una posizione comoda. L’ho occupata più a lungo di quanto mi faccia piacere ammettere.
Un modo per smascherarlo è semplice, anche se scomodo: guardare le attività che ti stanno occupando più tempo in questo momento e chiederti se producono qualcosa di concreto — clienti, entrate, opportunità — oppure soprattutto una sensazione: controllo, ordine, competenza, tranquillità. Non è una domanda retorica. La risposta, spesso, è già abbastanza.
Chi ti guarda dall’esterno vede che hai tutto quello che serve per iniziare, e deduce che se non lo fai ci sia qualcosa che non va — mancanza di grinta, di fame, di carattere. La solita storia. Ma partire davvero non significa semplicemente fare un primo passo. Significa accettare che da quel momento in poi le cose che succedono dipendono da scelte che hai fatto tu, non da un sistema ancora in costruzione. Finché stai preparandoti, gli errori sono provvisori. Quando parti, diventano dati.
Non è paura: è una decisione che non riesci a prendere
La spiegazione più comoda è che hai paura di partire. Può essere vera, ma è incompleta.
Decidere significa anche escludere altre possibilità: scegliere un tipo di cliente significa rinunciare ad altri lavori “forse interessanti”; scegliere un posizionamento significa accettare che qualcuno non ti capirà; scegliere un prezzo significa dire no a richieste che, all’inizio, fanno gola. Finché resti nella preparazione puoi tenere tutto aperto, puoi dire “vediamo”, “dipende”, “più avanti capisco meglio”. Sono frasi molto utili. Le ho usate parecchio, e no, non mi hanno aiutato granché.
Decidere crea attrito, e quell’attrito è esattamente quello che rende reale un progetto.
Partire non è coraggio: è posizionamento
C’è una retorica diffusa che associa l’inizio al coraggio — buttati, esci dalla comfort zone, sii audace. È il tipo di consiglio che suona bene e non costa nulla a chi lo dà. Nella pratica quotidiana del lavoro freelance, partire è meno epico e più strutturale: è un atto di posizionamento. Significa dire che tipo di lavoro fai, a che livello giochi, in quali condizioni lavori meglio. Significa smettere di tenere tutto aperto per non scontentare nessuno.
Non c’è nulla di eroico in questo. C’è chiarezza, e la chiarezza, all’inizio, è scomoda perché rende visibile ciò che prima era solo potenziale.
Gli altri che ho visto arrivare prima di me non avevano più coraggio, avevano solo smesso di aspettare che tutto fosse perfetto. E il lavoro che facevano, anche imperfetto, insegnava loro cose che io, nel frattempo, stavo solo rimandando di imparare.