Come la AI ha tolto il tempo dall'equazione.
Perché la AI sta rendendo la fatturazione oraria sempre più insostenibile per i freelance, e come questo cambiamento impatta il modo in cui valutiamo il nostro lavoro e comunichiamo con i clienti.
L’AI ha tolto il tempo dall’equazione
Qualche settimana fa stavo lavorando a un’integrazione per il sito di un cliente: estrarre e filtrare post da WordPress via API, con una logica abbastanza specifica. Roba che conosco bene, so dove si nascondono i problemi, conosco le scorciatoie utili e quelle che invece ti portano dritto dentro un cespuglio di rovi.
Ho definito la logica, lo stack, i casi limite, e poi ho lasciato che l’AI scrivesse mentre io supervisionavo, con la stessa espressione vagamente annoiata di un collaudatore aeronautico che guarda partire un aereo che ha già visto partire trecento volte.
Dopo tre ore avevo finito. Qualche anno fa ci avrei passato una giornata intera, forse due, bevendo litri di caffé americano e maledicendo ad alta voce la documentazione delle API.
A un certo punto mi sono fermato e ho pensato: se fatturassi a ore, cosa comunicherei al cliente in questo momento? Non ho mai avuto un grande rapporto con la fatturazione a ore. L’ho sempre trovata un meccanismo che lavora contro di te, spostando la conversazione dal risultato al tempo. Ed essere giudicati solo in base al tempo quando c’è di mezzo la AI non è proprio una grande idea.
La tariffa oraria era fragile, l’AI l’ha resa insostenibile.
La tariffa oraria ha sempre avuto i suoi problemi per i freelance: sposta il focus del cliente sulle ore invece che sul risultato, e genera conversazioni che non vorresti mai avere, tipo quella in cui ti viene chiesto quanto tempo ci vuole a fare qualcosa che dipende interamente da quanto è chiaro il brief, che di solito non lo è per niente. Chiunque lavori in proprio da abbastanza tempo ha già sentito scricchiolare questo meccanismo, almeno una volta, e lo ha ignorato perché tutto sommato funzionava.
Finché i tempi di esecuzione rimanevano stabili e prevedibili, quei limiti erano gestibili: si assorbivano, si aggiravano, si spiegavano durante la telefonata in cui cercavi di sembrare ragionevole. Poi però sono arrivati gli strumenti AI, e hanno semplicemente tolto il tempo dall’equazione, o meglio lo hanno reso una variabile così comprimibile da perdere quasi ogni significato come unità di misura del valore.
Se prima potevi ancora argomentare che le tue ore valevano più di quelle di qualcun altro perché eri più veloce, più preciso, più esperto, adesso quella distinzione diventa sempre più difficile da sostenere: tutti hanno accesso agli stessi strumenti, e tutti producono più velocemente di prima. Quello che l’AI non comprime, però, è la qualità della progettazione: sapere cosa costruire, con quali vincoli, in quale ordine, e in modo che la soluzione regga nel tempo senza diventare un incubo da manutenere. E quella parte non si misura in ore — non si è mai misurata così, in realtà.
”Penso sia una roba veloce”
Marco lavora da casa, come la maggior parte dei freelance che conosco. Scrivania nell’angolo della stanza, due monitor, una pianta che resiste stoicamente alla mancanza di attenzioni.
Il martedì pomeriggio di ottobre in cui aveva consegnato il plugin era uno di quei giorni in cui tutto aveva funzionato come doveva: niente bug, niente compromessi, logica solida. Il cliente aveva risposto con un “perfetto, grazie” via WhatsApp, che per Marco suonava più o meno come un applauso con standing ovation.
Grazie all’AI, Marco ci aveva messo due giorni invece di una settimana. Se lo aspettava, e aveva fatto i conti di conseguenza, quotando solo due giornate di lavoro. Tutto molto lineare.
Passano circa quattro mesi, fuori ormai fa buio già alle 16.30, ma la pianta ancora resiste seppur con due foglie in meno. Marco aspetta che la bustina di earl grey diffonda il suo aroma nella tazza scheggiata comprata a New York, quando arriva un messaggio. È il cliente di quattro mesi fa: “Ciao Marco, niente di grave, abbiamo solo riorganizzato un po’ il processo interno. Ci serve una modifica al plugin, penso sia una roba veloce.”
Penso sia una roba veloce è una di quelle frasi che i freelance imparano a riconoscere nel tempo, con lo stesso istinto con cui i gatti riconoscono le crocchette avanzate del giorno prima e le lasciano nella ciotola guardandoti con aria disgustata.
Solitamente quella cosa è che chi la dice ha già deciso mentalmente quanto dovrebbe costare, e la cifra è molto vicina a zero.
Marco aprì il codice. Il plugin funzionava ancora perfettamente, solo che adesso doveva fare cose un po’ diverse da quelle per cui era stato scritto. Capire dove intervenire senza rompere quello che funzionava, ridefinire la logica perché reggesse anche ai prossimi cambiamenti, tenere insieme il vecchio e il nuovo senza che il tutto diventasse un’accozzaglia di eccezioni e commenti nel codice del tipo “qui non toccare, non so perché funziona ma funziona”: tutto lavoro di ragionamento puro, di conoscenza del contesto, di esperienza accumulata. Insomma, non cose che si delegano a uno strumento di AI e si aspetta che finisca.
E i tempi previsti inevitabilmente si allungano: non più solo due giorni, ma un’intera settimana. Quando Marco manda il preventivo, il cliente risponde: “Ma come, per il plugin avevi chiesto X, e per questa modifica mi chiedi più del doppio?
È una domanda legittima, certo, è esattamente la domanda che farebbe chiunque. Il preventivo originale aveva comunicato una cosa sbagliata: aveva detto che il valore del lavoro corrispondeva a due giornate di esecuzione, ma non aveva detto nulla sulla complessità della soluzione, sulla sua sostenibilità nel tempo, su tutto quello che sta a monte e che l’esecuzione, da sola, non spiega.
Quello che l’AI non tocca
La storia di Marco non è un caso limite: è qualcosa che succede ogni giorno, in modi leggermente diversi, a chiunque fatturi a ore in un momento in cui le ore costano sempre meno. Quello che l’AI non ha toccato, in tutta quella vicenda, era la parte più preziosa del lavoro: lo sforzo cognitivo per progettare una soluzione che funzioni adesso e non diventi un problema tra quattro mesi.
L’AI non sa gestire l’ambiguità nel senso profondo del termine: quando un cliente arriva con un brief incompleto, con le idee confuse, con esigenze che cambiano mentre le racconta. I clienti non hanno sempre le idee chiare, e spesso sei tu a dover trovare il filo e trasformare il disordine in qualcosa di costruibile.
La AI sa produrre testo e codice, ma non riesce ancora a cogliere quello che non viene detto esplicitamente, che è spesso la parte più rilevante del lavoro. E non può prendersi la responsabilità: tu firmi, ci metti la faccia, rispondi delle scelte davanti a qualcuno che ti ha pagato fidandosi di te.
L’AI produce output; tu produci soluzioni, e questa differenza non è solo retorica, ma è strutturale, e se deleghiamo anche le soluzioni alle macchine prima o poi arriva il conto.
Gestire l’ambiguità, comprendere ciò che è implicito, valutare il contesto: queste competenze non si misurano in tempo speso a lavorare. E fatturare a ore, oggi, non le valorizza — le rende invisibili, proprio nel momento in cui sono diventate l’unica cosa davvero difficile da replicare.
Chiunque può produrre qualcosa di decente in poco tempo, e i clienti lo sanno. Quello che non si produce in poco tempo, e che non si delega a uno strumento, è tutto il resto: capire cosa serve davvero prima che il cliente lo sappia dire, fare le domande giuste, costruire qualcosa che regga, prendersi la responsabilità del risultato.
Farsi pagare per questo, e non per le ore davanti al monitor, è il modo secondo me più sensato di stare sul mercato in un momento in cui la mediocrità veloce è diventata accessibile a tutti.